martedì 30 dicembre 2014

Enciclica del Catholicos Karekin II sul Genocidio Armeno


Karekin, servo di Gesù Cristo,

Per la misericordia di Dio e la volontà della nazione,

Vescovo Capo e Catholicos di Tutti Gli Armeni,

Supremo Patriarca della Sede Pan-Nazionale e Pre-Eminente della Madre Chiesa Apostolica della Santa Etchmiadzin




prima pagina dell'Enciclica di Sua Santità Karekin II
Con l’amore donato da Cristo e con le benedizioni pontificali,
salutiamo il Catholicossato della Grande Casa di Cilicia,

il Patriarcato di Gerusalemme e di Costantinopoli,

gli arcivescovi, i vescovi, gli archimandriti, i sacerdoti, i diaconi, le assemblee diocesane, i consigli diocesani e i consigli parrocchiali e i loro funzionari, e l’intero, beneamato, fedele popolo armeno



Siamo di fronte al Centenario del Genocidio degli Armeni, con l'animo colmo di forte richiesta di Giustizia e di Verità che è non può essere soffocato.
Ogni giorno dell'anno 2015 è per la nostra Nazione una giornata di spiritualità, di ricordi e di offerte di incenso alle anime innocenti dei nostri Martiri. Inginocchiandosi davanti ai monumenti posto a ricordo, sia in Patria che nella Diaspora, dobbiamo pensare e ricordare trepidanti le anime di milioni di nostri fratelli che sono ancora senza tomba. Dobbiamo pregare per coloro i quali hanno affrontato la morte per non abiurare il credo e l'appartenenza alla nostra Nazione. E' vero che la Via dei Giusti assomiglia alla luce che nasce e illumina loro, finché l'aurora non illumina completamente la giornata.
Nel 1915 e negli anni che seguirono la Turchia Ottomana realizzò un Genocidio nei confronti della nostra Nazione. Nell'Armenia Occidentale, culla della nostra Patria, nelle grandi e piccole città della Turchia dove risiedevano tanti nostri connazionali e sulle strade della deportazione, perirono più di un milione e mezzo di nostri figli. E' stato depredato quello che i nostri figli aveva prodotto come giusto guadagno, per secoli. Sono stati distrutti ed annientati migliaia di nostri conventi, chiese, istituzioni nazionali, scuole, tutta la nostra ricchezza e valori spirituali e culturali. L'Armenia Occidentale è stata svuotata dagli armeni, dove il nostro popolo per millenni, dall'era di Noè aveva vissuto, operato e realizzato la propria storia e civiltà. 
Un secolo fa, quando i frammenti dell'identità armena sono stati sparsi per tutto il mondo, e quei pochi rimasti sulla terra d'origine, vivevano la lotta di sopravvivenza contro i predoni turchi, era molto difficile credere ad un futuro del popolo armeno. Però il popolo è risorto, dalla morte, per volere del Signore. Sul territorio salvato, si è ricostituito uno stato, dalle macerie e dagli orfani è rinato il paese dei Padri, divenne “La Patria della luce e della speranza”, con la scienza, educazione e della cultura. L'identità armena in Diaspora, ha ricostruito la propria casa nei paesi lontani e stranieri, come nella Patria rimasta, ha riacceso il focolare, ha innalzato la propria spiritualità e la vita della nazione. In qualsiasi angolo della terra, che i nostri figli sono andati a vivere, sono stati bravi, hanno raggiunto delle vette, sono stati riconosciuti come persone affidabili, sono stati oggetto di rispetto per il loro lavoro onesto, e per l'apporto che hanno portato alle scienze, alle arti e al miglioramento sociale dei paesi ospitanti. E' questa, la storia degli ultimi cento anni della nostra nazione, una storia di lotte e di rinascita. Oggi, malgrado tutte le difficoltà, la nostra nazione sta rafforzando il proprio Stato Indipendente, la propria vita libera, con la speranza di rinascita nazionale, con l'ottimismo e con uno sguardo verso il futuro con grande sicurezza.

Lettura dell'Enciclica nella sede di Etchmiadzin

Gloria a Te Signore, Mille volte, Glorie a te. “Con il tuo scudo ci hai protetto” (Salmo 5 13) . Con la tua speranza Signore, il nostro popolo si è illuminato e si è rafforzato. Con la tua luce è splendente l'ingegno della nostra anima, con la tua forza sono nate le nostre Vittorie. Abbiamo realizzato quando da noi realizzato era stato distrutto, abbiamo vissuto quando hanno tentato di farci perire. Tu, Signore nostro, hai desiderato che vivesse e si rialzasse la nostra nazione che era stata condannata alla morte con un disegno genocidario. Perché potesse alzare la propria voce e potesse difendere la propria giusta causa, d'avanti alla coscienza dell'umanità, contro la giustizia di Pilato, e contro il criminale negazionismo della Turchia. 
Per la Giustizia, fino alla vittoria della nostra causa, assieme Chiesa, Nazione e Stato, continueremo la nostra lotta senza indietreggiare. Il sangue dei nostri Martiri innocenti, le angherie subite della nostra Nazione, chiedono giustizia. Chiedono giustizia le nostre sacralità annientate, i diritti calpestati della nostra Nazione, come la storia falsata e manomessa del nostro popolo. La nostra Nazione sopravvissuta al Genocidio, ha creduto e crede tuttora, a quei decine di paesi, alle istituzioni statali e sociali nonché ai singoli individui che accanto a tanti che hanno già riconosciuto il Genocidio degli Armeni, saranno schierato dei nuovi. 
Perché noi crediamo che la il ripristino della Verità sia l'unica condizione irrinunciabile per fondare un mondo lontano dai sentimenti di inimicizia per la Pace. 
Davanti alla memoria di un milione e mezzo dei nostri Martiri, noi pronunciamo di nuovo la nostra parola di riconoscenza a quei Stati, alle organizzazioni e agli individui i quali hanno riconosciuto e condannato il Genocidio degli Armeni. Siamo riconoscenti a tutti quei Stati e ai loro popoli che con fraterni sentimenti hanno accolto i figlio della nostra nazione. Sono pagine luminose di giustizia e di umanità che verranno ricordate per l'eternità, per tutte le future generazioni, pegno per costruire un mondo pacifico, sicuro e concorde. 
E' una grande consolazione d'animo per la mia persona di capo della Chiesa Armena, annunciare al nostro popolo, che nel 2015, il giorno del 23 aprile, durante la Sacra Liturgia, con una speciale Ordine di Benedizione, la Chiesa Apostolica Armena Santificherà “per la Fede e per la Patria” i propri figli che hanno ricevuto l'aureola dei Martiri durante il Genocidio e proclamerà Giornata della Memoria dei Martiri del Genocidio, la giornata del 24 aprile. 
Popolo Armeno, popolo Martire, popolo rinato, vivi con orgoglio, cammina convintovolgi il tuo sguardo sempre verso l'Ararat dell'Arca, conserva la tua grande speranza, con il cuore coraggioso e senza paura. “Per quanto tu abbia poca forza, pure hai osservato la mia parola e non hai rinnegato il mio nome....... tieni saldo quello che hai, perché nessuno ti tolga la corona.” (Apocalisse 3, 8-11). 
Conserviamo il nostro cammino, davanti a Dio, Giusto e Vero, nelle vie della nostra salda fede, che come l'alba infuocata annienta la tenebra e schiarisce l'orizzonte della speranza. Il nostro cammino e la nostra vita di fede, è con il nostro Signore, nostra Vittoria. Valorizziamo il nostro Centenario, diamo un senso ai grossi sforzi fatti per la rinascita e per la lotta di sopravvivenza, perché i nostri figli sappiano e conoscano, come i propri padri e nonni hanno inventato e costruito una vita eroica, per la Patria e per la Nazione. Perché le nuove generazioni possano a loro volta ricostruire una giornata luminosa sia in Armenia che nella Diaspora. Dobbiamo far diventare il giorno della Memoria dei nostri Martiri, giorno di forza d'animo della nazione davanti a Dio e degli uomini, luminoso che illumini la nostra strada verso i nostri diritti, e verso il raggiungimento dei nostri obbiettivi.
D'avanti al Sacro Altare della nostra Chiesa Madre di Etchmiadzin, costruito da Cristo, Noi preghiamo Dio, supplicando Pace, sicurezza e prosperità per la nostra Patria, alla nostra amata Nazione in ogni angolo del Mondo, Luce eterna e serenità alle anime dei nostri Martiri caduti durante il Genocidio. Perché regnino nella vita degli uomini, l'amore e fratellanza, giustizia e verità e perché la via percorsa dai Giusti illumini e accompagni finché la nuova giornata illumini un nuovo mondo di Pace e di felicità.
La Grazia l'Amore e la Pace del nostro Signore, Gesù Cristo sia sempre con noi e con tutti. Amen !

Con Benedizione,
Karekin II
Catholicos di Tutti gli Armeni


28 Dicembre del 2014 Anno del nostro Signore
e Datazione Armena 1463 
Monastero Madre di Etchmiadzin numero 886


Trad. Prof. Baykar Svazilian
Presidente dell’Unione degli Armeni d’Italia 

domenica 21 dicembre 2014

"Il Villaggio Del Poeta: Hrand Nazariantz" servizio di TG3 Puglia fa il giro del Mondo




"Nor Arax" - scritta in Armeno che campeggia sulla colonna
 di ingresso del Villaggio Nor Arax di Bari.
"Questo è un luogo Sacro" con questa frase tanto acuta quanto lapidaria pronunciata da Rupen Timurian in memoria del poeta armeno Hrand Nazariantz inizio un servizio giornalistico di RAI3 Puglia che ha fatto e sta facendo il giro del mondo.
Nelle parole di Rupen Timurian troviamo tutto l'Amore per un luogo che ha ospitato i propri genitori e le speranze del suo popolo  armeno in Diaspora.
Il Servizio Giornalistico è stato realizzato dal noto giornalista  Gianni Giampietro e montato dall'ottimo Leonardo Grasso è andato in onda nel "Settimanale" del TG Puglia del 21.12.2014. Il servizio contiene inoltre immagini uniche al mondo del villaggio "Nor Arax" che come si sa fu fondato a Bari nel 1926, dopo una decennale attività di preparazione dal poeta Hrand Nazariantz. Le immagini furono girate nel 1956 e sono state faticosamente reperite negli archivi delle Teche RAI, grazie alla pazienza e alla perizia di uomini attenti e appassionati che fanno della RAI Radio Televisione Italiana una grande azienda portatrice di civiltà e conservatrice di un immenso patrimonio storico dal valore incalcolabile per l'intera civiltà mondiale.
In poche ore dalla sua messa in onda il Servizio Giornalistico sta facendo il giro del mondo in molte sue forme. 
Primo ad arrivare tu il poeta Nazariantz nella primavera del 1913. Poi soltanto a partire dal 1919 arrivarono i primi profughi. Originariamente furono ospitati sotto una tettoia facente parte del lanificio dell'ing. Lorenzo Valerio. Poi a partire dal 1922 Lorenzo Valerio con l'avv. Scipione Scorcia e il senatore Umberto Zanotti Bianco cercarono una soluzione migliore e nel 1924 con regio decreto furono assegnati agli Armeni di Bari 9 padiglioni Döcker che lo Stato aveva ottenuto in conto riparazione danni di guerra dalla Germania.
Il villaggio, una volta volta inaugurato, fu dotato di tutti i possibili confort per un campo profughi all'avanguardia dell'epoca. Non potevano mancare l'acqua potabile, le cucine, le latrine e i bagni. Oltre a questo fu inaugurata ed utilizzata attivamente una grande fabbrica di tappeti orientali la più importante in occidente i cui tappeti furono consegnati tra gli altri a Papa Pio XI, la regina Elena, Luigi Pirandello, e che realizzó i treni di Stato di Vittorio Emanuele III e di re Faruk. 
Il lavoro della fabbrica degli anni '50 andò diminuendo sempre di più. A causa del leggi razziali e della seconda guerra mondiale morti Armeni abbondonarono il villaggio e solo poche famiglie rimasero a Bari. 
Tra queste la famiglia di Rupen Timurian. La famiglia Timurian per anni fu leader in Italia nel commercio dei tappeti orientali, diversificando solo successivamente i propri prodotti tra eleganti tappezzerie e arredamento, oggettistica e perfetti complementi di arredo. Rupen Timurian rappresenta in Italia, soprattutto nel Mezzogiorno, una delle figure storiche della Comunità Armena. Timurian, membro dell'Unione degli Armeni d'Italia di cui é rappresentante per la Puglia, è membro e alto rappresentante di diverse associazioni di livello nazionale ed internazionale svolgendo all'interno di queste l'opera di ambasciatore della Cultura, della Tradizione e dell'Amore attività e valori precipui del Popolo Armeno.

domenica 14 dicembre 2014

Pasquale Sorrenti: una pagina Wikipedia lo ricorda

Pasquale Sorrenti nella sua libreria di Bari
Nasce oggi da Bari una preziosa pagina Wikipedia dedicata a Pasquale Sorrenti 
scrittore poeta e saggista, nonché amico e confidente di Hrand Nazariantz.

L'indirizzo della pagina wikipedia è il seguente:


La pagina nata da un'idea dei figli del Sorrenti, Giovanna e Pierluigi, ed è stata iniziata da Carlo Coppola, segretario del Centro Studi Hrand Nazariantz di Bari. 

Infatti Pasquale Sorrenti era stato fino alla morte del poeta Nazariantz uno dei suoi principali amici dell'ultimo periodo sebbene di circa quarant'anni più giovane di Nazariantz Sorrenti ne diventò a partire dagli anni '40 uno dei principali confidenti. 

Sorrenti, infatti, riuscì anche a scrivere una bibliografia oltre che una biografia del Nazariantz che porto a termine nel 1987 e diede alle stampe per i tipi della casa editrice Levante, anch'essa di Bari.

Ma Sorrenti non fu solo il confidente e bibliografo di Nazariantz fu soprattutto un erudito e un animatore culturale della Bari tra gli anni '40 e gli anni i primi anni '90.

A lui ad esempio si vedevano repertori di scultori pittori musicisti pugliesi, saggi su Ricciotto Canudo l'estetica del cinema e altri studi biografici di alto livello costituiti ben prima dell'avvento di wikipedia e di altri supporti informatici, per la ricostruzione della storia artistica letteraria pugliese.

Attraverso la pagina Wikipedia si spera di rilanciare la memoria di un grande barese che ormai ha 11 anni dalla morte si riteneva dimenticato ma che le visite numerosissime alla pagina in poche ore dalla sua creazione, dimostrano invece essere sempre nella memoria affettuosa di tanti.

Per ulteriori approfondimenti sull'attività del Sorrenti rimandiamo al seguente articolo  pubblicato sulla "Gazzetta del Mezzogiorno" 
http://www.comunitaarmena.it/comunita/comunicati/gazzetta%20mezzogiorno%2090706.html

domenica 7 dicembre 2014

Genocidio Armeno: L'accoglienza di Don Orione

dal sito http://www.donorione.org/ 

I bambini Armeni salvati da Don Orione
Un fatto storico non è da tutti riconosciuto “per motivi politici”. E’ assurdo, ma è così. Si tratta del genocidio del popolo armeno avvenuto negli anni 1915-1923, il primo del XX secolo, ad opera del governo turco che andò potere nel 1908. Fu decisa eliminazione dell'etnia armena presente nell'area della penisola anatolica (Turchia) fin dal VII secolo a.C. Gli storici stimano che persero la vita la maggioranza degli armeni dell'Impero Ottomano, quindi circa 1.500.000 persone. Solo 21 Stati nel mondo hanno riconosciuto questo evento storico. Il governo turco continua ancora oggi a rifiutare di riconoscere il genocidio ai danni degli armeni. 
La Francia considera invece reato negarlo. Il 17 novembre del 2000 la Camera dei deputati italiana, sulla scia del Parlamento europeo e dello Stato Vaticano, ha votato una risoluzione che riconosce il genocidio armeno e invita la Turchia a fare i conti con la propria storia. Oggi, 24 aprile, 99° anniversario del genocidio, si tengono in Italia cerimonie eucaristiche e commemorazioni in città dove è storicamente radicata la presenza di comunità armene; a Bari, Padova, Milano. Anche la Congregazione orionina si unisce a questo ricordo, perché in anni lontani, nel 1924, essa accolse nel suo Istituto di Rodi un gruppo di orfanelli della terribile persecuzione turca contro gli armeni-cristiani. 
 Otto di quegli orfanelli, in seguito, manifestarono vocazione al sacerdozio. Su desiderio di Don Orione, quegli otto giovani giunsero in Italia, il 3 luglio 1928. Li attendeva, a Via delle Sette Sale 22, Don Orione stesso. “Ci espresse la sua contentezza di avere nella sua Congregazione degli orientali nella persona di noi armeni, ci parlò dell’Armenia martire e della recente persecuzione. A pranzo ci fece cantare nella nostra lingua”, ricordò poi uno di quei giovani, Pietro Sciamlian. Poi diede loro l’abito di chierici, il 4 aprile del 1929. “L’abito sacro era secondo il costume armeno, con fascia rossa. Ci disse tutta la sua gioia – questa volta è Giovanni Dellalian a ricordare - per un gruppo di chierici armeni che iniziavano a realizzare la sua brama di riportare in Congregazione l’universalità dei riti della Chiesa Romana e quel senso di cattolicità, di cui aveva pieno lo spirito”. Don Orione commentò: "Non è una semplice vestizione di un armeno... Dell'unione degli scismatici alla Chiesa come scopo della Congregazione si parla nel primo Decreto d'approvazione della Congregazione. In quel Decreto c'è il desiderio dei Figli della Divina Provvidenza di riunire l'Oriente, che si è staccato da Roma, di riunirlo al Papa. Questo trovarci qui, con un numero di persone di rito diverso, ci dice quello che sarà un giorno la Congregazione, in cui vi saranno tutti i riti e tutte le razze. Il bello viene definito: unitas in varietate. In una sola Congregazione vedrete copti, greci, armeni e si diranno le messe in tutti i riti approvati dalla Chiesa e vi saranno tutte le razze”. Queste parole di Don Orione hanno eco nell’attualità della Congregazione aperta a nuovi popoli e che annovera tra le sue file confratelli di rito orientale, come ad esempio il vescovo ucraino M. Mykycej, e altri dei paesi dell’Europa dell’Est, Romania e Ucraina. Due di quesgli 8 chierici armeni divennero Orionini molto noti e benemeriti: Giovanni Dellalian - missionario per il Cile, ove morì nel 1982 - e Pietro Schamlian, svolse il suo ministero in Italia e poi in Francia, ove morì nel 1993. 



 ARMENI - L'amore di Don Orione per il popolo martire 

Autore: FLAVIO PELOSO - PIETRO STEFANI 
Pubblicato su: IL POPOLO, 4.10.2001, p.2.

 Il 12 luglio 1942, al Santuario di Fumo (PV) fu una giornata indimenticabile. Il vescovo Egisto Melchiorri consacrò un gruppo di sacerdoti orionini. Tra di essi due sono Armeni. Don Flavio Peloso parla dei Chierici armeni con Don Orione. Don Pietro Stefani ricorda quella gioiosa festa di Chiesa. 

 1. I CHIERICI ARMENI CON DON ORIONE di Flavio Peloso 

Fu Mons. Fr. Cirillo J. Zohrabian, su consiglio del senatore E. Schiaparelli, ad affidare nel 1924 all’Istituto orionino di Rodi un gruppo di orfanelli della terribile persecuzione turca contro gli armeni-cristiani. Otto di quegli orfanelli, in seguito, manifestarono vocazione al sacerdozio. Su desiderio di Don Orione, quegli otto giovani giunsero in Italia, il 3 luglio 1928. Li attendeva, a Via delle Sette Sale 22, Don Orione stesso.“Ci espresse la sua contentezza di avere nella sua Congregazione degli orientali nella persona di noi armeni, ci parlò dell’Armenia martire e della recente persecuzione. A pranzo ci fece cantare nella nostra lingua”, ricordò poi uno di quei giovani, Pietro Sciamlian. Don Orione celebrò la vestizione di 7 di questi giovani, il 4 aprile del 1929. “L’abito sacro era secondo il costume armeno, con fascia rossa. Ci disse tutta la sua gioia – questa volta è Giovanni Dellalian a ricordare - per un gruppo di chierici armeni che iniziavano a realizzare la sua brama di riportare in Congregazione l’universalità dei riti della Chiesa Romana e quel senso di cattolicità, di cui aveva pieno lo spirito”. Di quel periodo è ricordato un altro episodio che rivela lo “spirito di cattolicità” di Don Orione. Nel maggio 1929, Don Orione volle partecipare con gli armeni alla beatificazione del martire armeno Komurgian. Seguì l’udienza particolare. Don Orione presentando a Pio XI i suoi chierici armeni commentò: “Padre santo, in questo momento sono anch’io armeno”. Ed allora il Papa a lui: “Eh, lo sò: Don Orione omnibus omnia factus ed ora s’è fatto anche armeno”. Un altro momento rivelativo del sentire ecumenico di Don Orione è del maggio 1933. Siamo nella cappella dello Studentato di Via delle Sette Sale 22. Don Orione celebra la vestizione di un altro chierico armeno, l’ottavo. L'emozione del rito gli dà occasione di diffondersi in una catechesi e in una visione ecumenica della vita della Congregazione. "Non è una semplice vestizione di un armeno... Dell'unione degli scismatici alla Chiesa come scopo della Congregazione si parla nel primo Decreto d'approvazione della Congregazione. In quel Decreto c'è il desiderio dei Figli della Divina Provvidenza di riunire l'Oriente, che si è staccato da Roma, di riunirlo al Papa. Per riunire i fratelli separati d'Oriente la Provvidenza ci ha mandati questi figli, perché, fatta dai latini, l'opera di persuasione riesce più difficilmente. Questo trovarci qui, con un numero di persone di rito diverso, ci dice quello che sarà un giorno la Congregazione, in cui vi saranno tutti i riti e tutte le razze. Il bello viene definito: unitas in varietate. In una sola Congregazione vedrete copti, greci, armeni e si diranno le messe in tutti i riti approvati dalla Chiesa e vi saranno tutte le razze. Noi questa sera abbiamo sentito cantare il Pater noster in armeno. Pensate! Quando, nella piccola Congregazione, vi saranno confratelli di tutti i paesi, sentiremo cantare il Pater noster in tutte le lingue del mondo... Questo è il voto che depongo ai piedi della Madonna, nella gioia di quest'ora. Dobbiamo pertanto vivere vita di santità...". Queste parole di Don Orione hanno eco nell’attualità della Congregazione aperta a nuovi popoli e che annovera tra le sue file confratelli di rito orientale, come ad esempio il vescovo ucraino M. Mykycej, e altri dei paesi dell’Europa dell’Est, rumeni soprattutto. I Confratelli di quei tempi ricordano ancora l'entusiasmo con cui Don Orione parlava dell'Oriente e di quanto riguardava la vita di quelle Chiese. Egli rispettava e, anzi, ci teneva che i Chierici armeni, esprimessero la loro indole orientale in gesti, preghiere e anche nel vestire la talare con fascia rossa. Tale atteggiamento di rispetto è manifestato anche in un’altra lettera di Don Orione indirizzata ad un aspirante sacerdote greco-albanese: “Uno dei migliori chierici per pietà e scienza, che tengo in Argentina, è greco-albanese, ed ha già i Minori. Voi dunque riterrete il vostro abito e il vostro Rito... Anche alcuni Armeni, nostri Chierici, ritengono il loro abito e saranno ordinati nel loro rito” (Lettera del 21.10.1938). Tre anni dopo, dovendo provvedere all’ordinazione di due chierici armeni, Giovanni Dellalian e Pietro Schamlian, desiderava che ciò avvenisse nel rito armeno e perciò scrisse a Don Sterpi in questi termini: "Per gli Armeni rivolgetevi a Mgr. Rossum, alla S.Congregazione degli Orientali, esponete il caso, sentite cosa vi dirà, riferitemelo. Io vorrei che stando in Congregazione siano per il loro Rito, e si tengano pronti ad andare, quando la S.Sede crederà, a lavorare in Oriente pei loro Armeni, tanto martoriati. Saranno un vincolo con Roma, tanto più che la maggior parte degli Armeni sono scismatici: ce n'è molti anche qui, Armeni, ma scismatici coi loro Sacerdoti scismatici. Ossequiatemi Mgr. Rossum, è uno dei capi della Congr. per gli Orientali" (Lettera del 15.10.1936). L’ordinazione poi avvenne a Fumo (PV) il 12 luglio 1942. Su quest’evento prende la parola Don Pietro Stefano, presente all’evento. Concludo osservando come l’impegno ecumenico di Don Orione non fu occasionale e che la sua sensibilità nel trattare con gli Armeni faceva parte di una visione e di progetto più ampi. Proprio in quei tempi, il 2 luglio 1934, scrivendo a un Vescovo che chiedeva notizie della giovane congregazione, Don Orione dichiarò: "L'umile e giovane congregazione detta Piccola Opera della Divina Provvidenza (...) ha pure per scopo precipuo di pregare e di lavorare in caritate Christi a ricondurre alla Chiesa madre i fratelli separati". 

 2. L’ORDINAZIONE DI DUE SACERDOTI ARMENI AL SANTUARIO DI FUMO di Pietro Stefani 

 
don Giovanni Dellalian con don Pietro Schamlian
La conversione al cristianesimo dell’Armenia, collocata nell’anno 301 e recentemente ricordata da Giovanni Paolo II con una Lettera Apostolica in occasione del 1700° anniversario del battesimo di quel popolo, mi porta ad un personale ricordo di una singolare ordinazione sacerdotale nel Santuario di Fumo, il 12 luglio del 1942. È questa la data in cui furono ordinati dal Vescovo di Tortona due sacerdoti armeni, insieme ad altri presbiteri italiani e polacchi (dei presbiteri italiani faceva parte chi rievoca questa ordinazione sacerdotale). E poiché la storia, ed anche la memoria, non fanno salti, torniamo un passo indietro per raccontare come e perché facevano parte di quel gruppetto europeo anche due seminaristi del Medio Oriente, che erano orionini come gli altri. Negli anni a cavallo del XIX e XX secolo, le popolazioni dell’Armenia subirono non pochi massacri da parte dei turchi, massacri che culminarono nei tragici eventi del 1915 quando “il popolo armeno (annota il Papa nella sua Lettera Apostolica) dovette subire nuove violenze inaudite, le cui dolorose conseguenze sono visibili nella diaspora alla quale sono stati costretti molti dei suoi figli”. Don Orione, nel 1924, si impegnò a ospitare 50 figli di armeni cristiani massacrati, e mandò un suo sacerdote, Don Gatti, d’intesa con il principe Ghigi, Gran Maestro dell’Ordine di Malta, a prelevare ad Atene e a Costantinopoli i 50 orfani da ospitare nelle sue case (Rodi e Roma). Dopo che nel 1929 ben sette di quegli orfani ricevettero da Mons. Grassi l’abito clericale, Don Orione informò compiaciuto: “Tutti contenti. Gli armeni stanno tutti bene, pregano, studiano, lavorano che è un piacere e tutti in fascia rossa”. La “fascia rossa” era il simbolo che li distingueva e suscitava in molti di noi loro compagni una certa curiosità, in quanto quel simbolo era riservato ai Monsignori. Chiusa questa parentesi storica, torniamo al luglio 1942, in piena guerra, alla cerimonia nel Santuario della B. V. di Caravaggio di Fumo, quando di quel manipolo di chierici Pietro Sciamlian (nato ad Ankara nel 1914) e Giovanni Dellalian (nato ad Ankara, nel 1915) furono ordinati sacerdoti dal vescovo Mons. Melchiorri. Sotto il semplice motivo della cronaca, c’è da dire non si era mai vista in quella vasta zona della provincia di Pavia e della diocesi di Tortona un’ordinazione sacerdotale e quindi il Santuario era al pieno. La cerimonia dell’ordinazione sacerdotale in cui erano presenti i due Chierici armeni, figli del popolo armeno, martire per la fede perseguitato dai turchi, aveva fatto affluire al Santuario moltissimi fedeli. Furono spinti non tanto dalla semplice curiosità, ma da un vivo sentimento di fede e da quel senso di Chiesa universale e martire che la presenza di quei due sacerdoti armeni rendeva in qualche modo visibile. Le parole dolci e penetranti del Vescovo suscitarono una grande commozione e non pochi visi, di donne e di uomini, erano rigati da calde lacrime. Resta da dire che quei due miei compagni armeni fecero onore alla Chiesa e alla Congregazione. Don Giovanni Dellalian, particolarmente efficace tra i giovani, dopo alcuni anni in Italia, partì missionario per il Cile, ove morì nel 1982; Don Pietro Chamlian svolse il suo ministero in Italia e poi in Francia, ove morì nel 1993. E qui finisce la mia paginetta di storia, forse dimenticata, in quanto ben pochi sono rimasti a ricordare la data del 12 luglio 1942.

sabato 6 dicembre 2014

a Vighen Avetis, scultore armeno, il 32° "Premio Firenze"


Il Centro Studi Hrand Nazariantz saluta

 lo scultore e amico Vighen Avetis

vincitore del XXXII "Premio Firenze"

Sezione Scultura

Negli scorsi giorni abbiamo avuto il piacere di incontrare Vighen Avetis accanto alla sua opera la madre dell'Armenia che sarà fino al 10 gennaio il campanile di Giotto in Piazza del Duomo Firenze. 
Il maestro Avetis ha mostrato sin dal nostro incontro una grande attenzione all'opera poeta Hrand Nazariantz del quale ha saputo riconoscere anche il coraggio e la portata intellettuale umana e civile nell'aver contribuito alla salvezza sia pure di una parte del popolo armeno.
Il maestro Avetis è un patriota Armeno. Egli ha partecipato alla guerra nel Karabakh del 1992 ed in particolare a quella grande operazione militare armena nota come la presa della città di Shushi (Շուշի), capoluogo  dell'omonimo distretto amministrativo del Karabakh. Egli era, infatti, sul campo tra gli uomini guidati da Arkady Ter-Tatevosyan a difendere un territorio da sempre armeno per lingua e cultura.
A quella realtà egli è rimasto sempre legato, tanto da organizzarvi ogni anno il "forum degli scultori".

mercoledì 3 dicembre 2014

Un ricordo di Marinetti nell'opera di Hrand Nazariantz

ritratto con dedica di F.T. Marinetti
a Hrand Nazariantz
Il 70 anniversario dalla morte di Filippo Tommaso Marinetti avvenuta il 2 dicembre 1944 è passato colpevolmente sotto silenzio eppure quella Marinettiana è stata l'unica vera avanguardia Italiana del '900 ad avere un respiro innovatore veramente europeo. 
Tra i primi in Europa a consacrare il genio di Marinetti come fonte d'ispirazione totale fu proprio Nazariantz dalla sua Costantinopoli. 
Forse i due si erano conosciuti precedentemente a Parigi o in Svizzera, stando alle tante  peregrinazioni del Nazariantz a stesso di cui poco ancora sappiamo. Sta di fatto che tornato a Costantinopoli dalla Francia il poeta e giornalista armeno mise su un circolo letterario con gli amici Gostan Zarian e Kegham Parseghian, si trattava di un  un cenacolo di "arte innovatrice intorno"  che pare si sia battezzato Les volontés folles. 

Ֆ.Թ. Մառինէթթի եւ ապագայապաշտութիւնը 

F.T. Marinetti e il Futurismo di Hrand Nazariantz
Nel 1910 vide la luce il saggio del Nazariantz dal titolo 
Ֆ.Թ. Մառինէթթի եւ ապագայապաշտութիւնը (F. T. Marinetti yev F. T. Marinetti ev apagajapaštoitiune.)Nazariantz inventava il termine ապագայապաշտութիւնը, riempiendo di maggiori significati la parola. 
Tradotto letteralmente infatti il termine significa "Adorazione del Futuro" al confronto del quale il termine "Futurismo" sembra addirittura banale. Nazariantz nella sua grande operazione di ammodernamento della letteratura armena con modelli della letteratura contemporanea cercava di compiere un miracolo che non gli riuscì: scatenare un effettivo propulsivo a catena in grado di riportare la letteratura in lingua armena al centro delle letterature mondiali. Capiva, infatti, che la resistenza letteraria era essa stessa una resistenza fisica alle repressioni e ai massacri anti-armeni che si stavano già compiendo da parte dei Turchi a partire dalla fine del XIX secolo. Resistere significava sopravvivere ed affermare la propria dignità dell'essere al mondo e non solo un elegante pezzo da museo. 
L'importanza del testo è quindi cruciale ed esso andrebbe considerato al centro della letteratura armena contemporanea come un tentativo di inizio, ma purtroppo troppe sono state - e permangono tali - le sfortune critiche di Hrand Nazariantz. Il volume è corredato da ritratti di Marinetti e illustrazioni del corredato da illustrazioni del caricaturista Enrico Sacchetti, in arte Yambo. Oggi il volume è considerato un'autentica rarità. Se ne conservano copia nella Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, in quella dell'Università di Yale, nella Biblioteca Nazionale di Yerevan e quella da noi consultata presso la Biblioteca del Kunsthistorisches Institut di Firenze che possiede una della più interessanti ed importanti collezioni al mondo di volumi sulla letteratura ed arte del Futurismo.
Si legge inoltre sul numero volume XXXI della rivista "Il Borghese" che sul finire di quest'anno Nazariantz avrebbe accompagnato Filippo Tommaso Marinetti in Russia. La circostanza è, però, dubbia, non solo perché non suffragata da altre testimonianze, ma soprattutto perché appare smentita da Lucini che, in una lettera del 22 marzo 1913, mette in guardia l'amico dai comportamenti di Marinetti sul piano personale, lasciando così intendere che i due non si fossero mai conosciuti prima di persona.
Certamente aldilà di ogni dato possibile biografico Nazariantz è suoi amici furono fino alla fine degli anni '50 gli unici a mantenere ancora in vita la tradizione del futurismo italiano. Nazariantz - se è possibile individuarlo attraverso una corrente letteraria - fu un futurista, un futurista puro sino alla fine, con le tante aporie e le sue trasgressioni al Manifesto inventato da Marinetti. Del Futurismo abbracciò in particolare l'idea della cosmicità la interpolò con una quella della matrice simbolista, che sublimò fino a raggiungere l'Orfismo apparentemente estraneo se non contrapposto all'idea movimentista del futurismo stesso. Nazariantz morì Futurista perché inventò il Graalismo che cercò di teorizzare nell'ultimo manifesto poetico che il Novecento Artistico e Letterario abbiamo conosciuto, il Manifesto Graalico appunto, che rispetto a quello di Marinetti può essere considerato un fratello minore ma solo d'età.

Duduk: Seminario a Venezia 18/21 dicembre


Nel 2005, il duduk (o dziranapogh in armeno) viene proclamato capolavoro rappresentativo della tradizione musicale armena all’interno del “Programma dei Capolavori del Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità” dell’Unesco, e quindi iscritto nel 2008 all’interno della nuova “Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità”. 
Il duduk (considerato convenzionalmente come l’oboe armeno) è uno strumento popolare dal timbro caldo, leggermente nasale e dalla sonorità fortemente evocativa, che accompagna i canti e le danze di tutte le regioni dell’Armenia oltre che essere lo strumento privilegiato per i raduni matrimoniali o funerei. Il solista viene di solito accompagnato da un secondo suonatore di duduk che tiene continuamente il bordone grazie ad una tecnica di respirazione circolare e da un suonatore percussionista di dhol.

Gevorg Dabagyan è uno dei massimi specialisti viventi di questo antichissimo strumento e fondatore di varie formazioni tra cui l’Ensemble Shoghaken, votato alla salvaguardia del ricchissimo patrimonio folkloristico armeno. Nel vastissimo repertorio di Dabaghyan ha grande rilievo anche la musica liturgica, parte fondamentale di una tradizione plurimillenaria caratterizzata dalle sue forti radici culturali cristiane, essendo l’Armenia la prima nazione che proclama il cristianesimo come religione di stato nel 301.
Dabagyan, nato nel 1965 in Armenia, insegna al Conservatorio Statale di Erevan. Dal 1991 ha intrapreso una carriera che lo ha portato a farsi apprezzare a livello internazionale e a collaborare con musicisti come Gidon Kremer, Jan Garbarek e Yo-Yo Ma che lo ha coinvolto nel suo progetto Silk Road (la Via della Seta). Su iniziativa del Centro Studi e Documentazione della Cultura Armena, il Trio Dabagyan è stato più volte in Italia, ospite ai festival di Musicarmena, al Ravenna Festival, all’Aterforum Festival di Ferrara, alla V Rassegna di Musica Contemporanea Est Ovest 2006 di Torino, al festival promosso dall’Associazione Suoni e Pause di Cagliari e alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia.


lunedì 1 dicembre 2014

Antonia Arslan a Lecce con Rupen Timurian














Lunedì 1 dicembre, alle ore 16.30, le Officine Cantelmo di Lecce hanno ospitato la presentazione del libro di Antonia Arslan “Il nuovo calendario dell’Avvento”.
L'evento è stato ideato e curato dall’Assessore Carmen Tessitore, nell’ambito di "Leccelegge", progetto di promozione della lettura. 
Ad aprire l’incontro i saluti dell’Assessore Carmen Tessitore e del Dirigente del settore Anna Maria Perulli.
A Lecce era presente anche Rupen Timurian, esimio rappresentante della Comunità Armena Barese, organizzatore materiale dell'evento, avendo tenuto assieme ai rappresentanti locali della Casa Editrice Piemme, i contatti con la compatriota,  professoressa Antonia Arslan.

Accanto a Timurian, in qualità di padrona di casa l'avv. Carmen Tessitore, vicesindaco di Lecce assessore alle Politiche Sociali, Politiche Educative, Pubblica Istruzione, Politiche delle Famiglia, Politiche di Genere. 

Le foto sono state scattate dall'Arch. Giancarlo De Pascalis, (immortalato qui sotto) esperto di architettura armena, grande amico della Comunità Armena barese e del Centro Studi Hrand Nazariantz e noto professionista di Nardò

Papa Francesco parla dell'Armenia tornando dalla Turchia

di Carlo Coppola

Papa Francesco sul volo per la Turchia
Cerco di dare una risposta a certi filo-armeni ottusi della Domenica che contestano il Santo Padre per aver messo i fiori sulla tomba di Ataturk: L'Armenia. 

Questo Papa, già santo, sta cercando di evitare un altro genocidio, che forse, i signori "filo-Armeni della Domenica", non riescono a comprendere che è già in atto e si pasciono tra i loro livori da cattiva digestione postprandiale del lauto pasto domenicale.

Le loro dichiarazioni e affermazioni E dichiarazioni su Papa Francesco sono sei ingiuste anzi rivelano una sorta di Liguori mai sopito da certi che si dichiarano armeni apostolici e continuano ad avere in odio la Chiesa di Roma. Questo è molto triste. 

Le gerarchie procedono verso il dialogo comune, ieri nella trasmissione Europarmenia condotta da Diego Cimara anche il professor Pietro Kuciukyan, Console Onorario della Repubblica di Armenia in Italia e Baykar Sivazliyan, presidente dell'Unione degli Armeni d'Italia, ha sottolineato come la visita di Papa Francesco sia in realtà una visita di Stato in Turchia e quindi necessitante di un protocollo come quello di portare fiori sulla tomba di Mustafa Kemal Atatürk.

Il Papa Francesco ha affrontato il tema, sull'Aereo che lo riportava in Italia, a una domanda sul Centenario del Genocidio Armeno, sempre negato dai turchi, che ricorrerà l'anno prossimo. 

"Una cosa che a me sta molto a cuore è la frontiera turco-armena: se si potesse aprire quella frontiera!".  (tratto da Repubblica.it)

"So che ci sono problemi geopolitici che non facilitano l'apertura - ha proseguito - ma dobbiamo pregare e aiutare che questo si faccia. L'anno prossimo si faranno tante cose per celebrare il centenario, ma è importante che si vada avanti anche con piccoli gesti". (tratto da Repubblica.it)

Torna a casa "La Madre dell'Armenia" di Vighen Avetis

di Carlo Coppola


La Madre dell'Armenia / Mother of Armenian
Martedì 25 novembre è tornata a casa sotto il Campanile di Giotto, davanti all'ingresso della Misericordia di Firenze, l'opera bronzea del maestro scultore Vighen Avetis dal titolo "La Madre dell'Armenia / Mother of Armenian". 

L'opera di proprietà della Fondazione "DAR" è stata fusa dalla fonderia Ciglia e Carrai di Firenze è realizzata in memoria del Centenario del Genocidio degli Armeni. 
L'opera, dal grandissimo impatto emotivo, altamente coinvolgente  per maestosità e raffinatezza dei dettagli, resterà in esposizione a Firenze fino al 10 gennaio 2015, prima di ripartire per un tour mondiale in occasione del Centenario del Genocidio Armeno.
Avedis ha realizzato l'opera partendo dall'allegoria dell'Armenia come madre di tanti 4 figli sparsi ai 4 punti cardinali, ai 4 continenti. 

Vighen Avetis con la sua 
La Madre dell'Armenia / Mother of Armenian
Sul retro della statua un particolare ne svela la provenienza e l'intensità storica e non solo allegorica della descrizione. Il vestito della donna  è chiuso da una spilla sul retro. Essa come cammeo ha la Chiesa di Santa Croce sul lago di Van il monumento assoluto al Genocidio Armeno, lì dove tutto ebbe inizio in quel tragico aprile 1924. L’antica chiesa armena della Santa Croce sorge sull’isola Aktamar posta al centro del lago di Van, nella Turchia dell’est a confine con l’Armenia, questo monastero oggi è solo un museo. Situata sullo splendido lago di origine vulcanica, dalle acque salate, questa suggestiva chiesa, raggiungibile con 15 minuti di battello, è uno dei più pregevoli esemplari di arte armena del Decimo secolo, creazione architettonica di rara bellezza.

Già anni addietro il giornale turco "Milliyet", denunciava allarmato che i preziosi bassorilievi che abbelliscono le pareti esterne della chiesa di Santa Croce con storie dell’Antico e Nuovo Testamento, erano diventati bersaglio per esercitazioni di tiro a segno e a riprova era stata diffusa una foto che mostrava gli evidenti danni provocati dai proiettili. Inoltre, essendosi diffusa la voce tra gli abitanti dell'area dell'esistenza di un tesoro nascosto sull'isola, non poche erano le incursioni di "cacciatori" che alla ricerca di un presunto bottino, commettevano razzie di ogni sorta.

Come se non bastasse, l’isola, meta ambita per i pic nic nei giorni di festa, veniva letteralmente presa d’assalto da barbecue istallati anche all’interno della chiesa stessa, ormai sventrata, con la tragica conseguenza che gli affreschi interni erano così anneriti da essere ormai impossibili da ammirare.


Uno dei quattro figli della "Madre dell'Armenia"

E’ risaputo che questa zona - tra le più belle e scenografie della Turchia - è tristemente nota alle cronache per essere stata uno dei luoghi dove gli armeni furono massacrati durante il genocidio del 1915. E ancor oggi per qualsiasi armeno, dovunque si trovi, Aktamar è un luogo particolarmente caro da vedere e visitare prima di morire. Non pochi sono gli anziani armeni che, in lacrime, appena approdati sull’isola si inginocchiano in preghiera.
Le autorità turche ne avevano promosso il restauro è stato preparandolo come progetto per la preservazione dell'identità storica della chiesa stessa e dopo 15 mesi di intenso lavoro, il restauro – costato oltre due milioni di euro e condotto anche con la consulenza di un noto architetto armeno turco, Zakerya Mildanoglu - fu portato a termine. 

La Chiesa di Santa Croce sull'isola di Aktamar
Il giornalista turco armeno Hrant Dink - ucciso ad Istanbul il 19 gennaio 2006 - aveva scritto per il giornale turco "Birgun" e ripubblicato dal quotidiano "Milliyet" proprio il giorno in cui è stato assassinato:

Dieci anni fa mi ero rivolto alle autorità di Van, suggerendo: "Per attirare il turismo invece di cercare di inventarvi il mostro del lago occupatevi delle opere d'arte che vi stanno davanti al naso. Che bisogno c'è di perdere tempo con stupidaggini simili?"
Van è un tesoro dal punto di vista artistico. Perché non pensate da persone serie di mettervi a un tavolo per dire: E se facessimo restauri in questa regione? - E anche se poi arrivassero degli armeni, che vengano, che possano vedere i luoghi dove hanno vissuto i loro antenati, che male ci sarebbe? E avevo anche detto: “Se c'è bisogno di aiuto noi siamo pronti. Gli armeni di Turchia e della diaspora sono pronti a venire come volontari, siamo ai vostri ordini, sappiatelo! Venite, restauriamo non solamente la chiesa ma anche le nostre anime spossate”.

un particolare dell'opera
La Madre dell'Armenia / Mother of Armenian
Finalmente dopo una lunga attesa i restauri di Aktamar sono stati completati (…) siamo profondamente debitori a Cahit Zeydanli per il suo meticoloso lavoro, si è consultato con esperti provenienti dall'Armenia ed anche con l'architetto Zakarya Mildanoglu, armeno di Turchia. Hanno fatto del loro meglio ed hanno realizzato qualcosa di splendido. Loro hanno fatto grandi cose ma poi politici e burocrati si sono immischiati nella faccenda e l'inaugurazione non si è potuta realizzare. Una prima volta l'inaugurazione prevista per il 4 novembre 2006 è stata rimandata a causa del maltempo e poi si è rinviato tutto ad aprile, il 24, come ha precisato il ministro della Cultura Atilla Koc

Carlo Coppola con il 
maestro Vighen Avetis
Le reazioni non si sono fatte attendere. Il patriarca armeno Mutafyan ha fatto sapere che nel caso in cui l'inaugurazione sarà il 24 aprile nessun armeno potrà partecipare. La scorsa settimana la questione è arrivata fino in parlamento. Il deputato del CHP (Partito Repubblicano del Popolo) Erdal Karademir ha chiesto se la scelta del 24 aprile, anniversario del genocidio armeno, fosse un riflesso della politica del partito AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo). La stampa nazionalista dal canto suo ha presentato in prima pagina l'avvenimento come "L'inaugurazione della vendetta a Van". Si è riusciti a trasformare qualcosa di positivo in un errore, una vera farsa, un disastro. Il governo sulla questione armena non ha ancora assunto una posizione ed una strategia netta. La sua preoccupazione non è risolvere il problema, ma guadagnare punti come un lottatore impegnato in un'arena, come e cosa fare solo in funzione delle conseguenze che avrà sull'avversario, tutto qui. Non sono per niente credibili. Invitano gli storici armeni alla discussione ma non si fanno scrupoli nel processare qualcuno che sulla questione del genocidio sostiene posizioni diverse da quelle ufficiali. Restaurano la chiesa armena per attirare turisti nell'Anatolia Orientale, ma non vedono nessun problema nel preoccuparsi di come ricavarne dei vantaggi politici.

domenica 30 novembre 2014

Shahan Natalie intellettuale ed eroe Armeno da ricordare

immagine del poeta e rivoluzionario armeno Shahan Natalie
Shahan Natalie (il cui vero nome era Hagop Der Hagopian) nacque nel 1884, nel villaggio di Husenik, provincia Kharberd, l'unico figlio della famiglia di sette membri, insieme a quattro sorelle.

Ricevette la sua educazione primaria nella scuola armena locale. In quel tempo più di 300.000 armeni caddero vittime dei massacri durante il biennio 1895-1897 in Armenia occidentale. All'inizio delle stragi, il padre, il fratello della madre, e numerosi altri parenti furono uccisi. In quegli anni fu separato dalla famiglia. La vita di Hagop fu risparmiata grazie a una famiglia di vicini greci, che lo nascose per alcuni giorni, sapendo che anche lui sarebbe stato massacrato. Così orfano ad 11 anni vagò per tre giorni prima di essere riunito con i membri sopravvissuti della sua famiglia. 

I Turchi e Noi di Shahan Natalie
Ritrovò la madre che piangeva sul cadavere senza vita di suo padre, insieme e sepolto sotto un albero di noce. Avrebbe scritto su questo evento in seguito. Immagine della madre, prostrata sul corpo del marito, lasciò un segno profondo e indelebile sul subconscio del giovane ragazzo.

Dopo aver studiato per un anno presso il famoso "Eufrate College" di Kharberd, insieme ad altri orfani, fu inviato al St. James orfanotrofio a Costantinopoli, ma lì non volle restare, così si ritrovò un mercante di tappeti armeno che vive a New York di adottare lui così freddo partecipare alla famosa Accademia Berberian, che ha fatto l'anno successivo, e ha studiato fino al 1900. 
Il suo insegnante all'Accademia fu il celebre pedagogista e filosofo, Retheos Berberian, per rispetto per il quale scelse il nome del figlio di quest'ultimo nome, Shahan, mentre la scelta di Natalie come cognome è ancora sconosciuta. L'amore del giovane Hagop per la cultura, l'arte, la bellezza, la giustizia e la verità rimasero impresse nel suo stesso essere grazie a quegli insegnamenti.

Nel 1901, tornò alla sua città natale, dove per tre anni fece parte del personale docente della scuola locale, e allo stesso tempo studiò il dialetto della provincia di Kharberd. Questo studio filologico  meritò uno speciale encomio al concorso letterario del Patriarca Izmirlian.

Nel 1904, in Kharberd, entrò a far parte della Federazione Rivoluzionaria Armena, nelle cui fila avrebbe servito con vero spirito patriottico per un quarto di secolo. Lo stesso anno, emigrò negli Stati Uniti, dove per tre anni lavorò come operaio in una fabbrica di scarpe. Nel 1908, dopo la proclamazione della Costituzione Ottomana, tornò a casa a Husenik, dove rimase appena un anno ma già nel 1909 i primi massacri di Armeni in Cilicia lo respinsero definitivamente in esilio in America. Dal 1910 al 1912 frequentò la Boston University, dove studiò letteratura, filosofia (in particolare Platone), e il teatro (in particolare Shakespeare).

Nel 1912, ha deciso di tornare a casa e salì una nave diretta per la Turchia. Tuttavia, durante tale periodo era scoppiata la guerra nei Balcani e a causa del passaporto turco Shahan Natalie fu espulso dalla nave da parte delle autorità greche come cittadino di una nazione nemica. I suoi tentativi di spiegare la sua identità armena si rivelarono infruttuosi. Fu quindi messo su una nave in partenza per gli Stati Uniti ed è stato espulso dal paese.

In questo periodo intraprese il lavoro responsabile all'interno del distretto degli Stati Uniti della Federazione Rivoluzionaria Armena. Diventò un membro della redazione del mensile del partito "Hairenik" e fu eletto Membro del Comitato Centrale degli Stati Uniti del Partito, partecipando anche all'organo esecutivo di quest'ultimo.

Durante questo periodo era iniziata la Prima Guerra mondiale, fornendo l'opportunità alla mano criminale del Turco di sterminare definitivamente e completamente il popolo armeno. Ricevendo la notizia della Metz Yeghern, come tutti gli esuli, Shahan Natalie visse momenti da incubo, di angoscia e di rabbia. Così lui, già  ragazzo orfano, face "il suo voto" di non lasciare impuniti i colpevoli del genocidio, qualora il mondo avesse scelto di ignorare il loro crimine.

Le preoccupazioni di Shahan Natalie divennero realtà dopo la guerra. Il tribunale militare ottomano convocato a Costantinopoli condannato a morte i principali autori che erano stati estradati a Malta dalle autorità britanniche. Gli Inglesi segretamente rilasciarono i nemici degli Armeni e dell'umanità.

Dal 27 settembre alla fine di ottobre 1919, a Yerevan fu convocato il 9° Congresso Generale della Federazione Rivoluzionaria Armena. Shahan Natalie vi partecipò come delegato Distrettuale degli Stati Uniti. All'ordine del giorno del Congresso fu anche posta la questione della vendetta contro i principali responsabili del Grande Male. Shahan Natalie visse qui il primo momento  di  delusione grave della sua vita politica, quando alcuni dei delegati cercarono di dimostrare che per la costituzione della Repubblica Armena era necessaria l'amicizia della Turchia. Contrariamente a molte delle obiezioni rumorose dei delegati armeni orientali, fu deciso con la forza di poter riconciliare la nazione armena con i mostri turchi. 
Si presume che in questo incontro l'organismo responsabile era stato anche organizzato per realizzare l'opera, il cui principale motivatore, progettista era Shahan Natalie, con Grigor Merjanov come principale collaboratore. I membri dell'Ufficio di presidenza, in particolare Simon Vratsian, Ruben Ter Minasian, e Ruben Darbinian, hanno deciso di evitare il realizzarsi degli sforzi determinati di Shahan Natalie, ma Natalie avevano dato il verdetto, che era la richiesta di più di un milione e mezzo di vittime.

Nelle circostanze più nascoste e misteriose iniziò quindi il lavoro di eliminare i carnefici turchi le cui fasi preliminari (sorveglianza, raccolta di armi e di trasporto, etc.) erano già state effettuate. A "lista nera" dei carnefici marcati, conteneva i nomi di circa 200 animali in forma umana.

I carnefici del popolo armeno si muovevano liberamente fra a Berlino, Roma, Baku, Tbilisi e altre città, e progettavano ancora una minaccia prossima mossa per finire il lavoro che ha iniziato e una volta per tutte porre fine alla questione armena realizzando il loro successivo obiettivo: lo sterminio della popolazione armena del Nargorno-Karabagh e successivamente Armenia, realizzando così il loro sogno del Panturchismo. Alcuni di loro erano godevano inoltre della protezione delle polizia segrete.

Per Shahan Natalie, l'obiettivo primario era l'armenofobo Talaat Pashà, che Shahan chiamava "Number One". La missione di abbattere questo animale fu affidato a Soghomon Tehlirian.

Nel settimanale con sede a Beirut "Nayiri", nei numeri 1-6 sono state pubblicati le memorie di Shahan sull'assassinio di Talaat. Shahan ha rivelato i suoi ordini a Tehlirian: "Tu dovrai far esplodere il cranio dell'assassino numero uno della nazione assassino e se tenterà di fuggire tu dovrai startene lì col piede sul cadavere, poi ti arrenderai alla polizia che verrà ad ammanettarti". 
Lo scopo di Shahan Natalie era, come avvenne, quello di trasformare il processo a Soghomon Tehlirian nel processo politico dei responsabili per la grande tragedia. 

E' morto l'Arcivescovo Armeno Apostolico Datev Gharibian

di Carlo Coppola


Ringraziamo per la fotografia l'amico Tiago Blumenfeld Sarafian‎

Il Signore ha detto - «Io sono la luce del mondo; chi segue me, 
non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».

anche il 
Centro Studi Hrand Nazariantz

dal profondo del cuore
esprime il proprio dolore
 per la scomparsa del Compatriota

S.E. Datev Gharibian
(Arcivescovo Armeno di San Paolo del Brasile)


L'Arcivescovo è venuto a mancare giovedì 26 novembre 2014
 a San Paolo (Brasile)


Anche noi ci uniamo al ricordo di Sua Eminenza Datev Gharibian ricordandolo con una brevissima Biografia. 

Era stato battezzato col nome di Hovhannes ed era nato il 15 aprile 1937. Ricevette la sua educazione primaria presso il Vartanantz College dei Gesuiti di Aleppo, in Siria. 
Dopo la laurea entrò nel Seminario Teologico San Giacomo del Patriarcato di Gerusalemme e si laurò nel 1963.
Il 21 luglio 1963 fu ordinato sacerdote-celibe dal Patriarca di Gerusalemme Mons. Yeghish Derderian, di beata memoria, e gli fu dato il nome sacerdotale di Datev.
Dal 1963 al 1966 servì come Vice-Decano del Collegio Jarangavorats a Gerusalemme.
Nel 1966 ricevette il grado di Archimandrita (Vardapet).
Dal 1966-1980 Padre Datev Gharibian servì la Chiesa armena in Argentina come pastore spirituale dei fedeli armeni di Cordoba.
Nel 1975 ricevette il grado di Archimandrita Maggiore (Dzayraguyn Vardapet).
Nel 1980 è stato scelto per servire come il Primate della Diocesi armena del Brasile.
Il 14 ottobre 1984 fu consacrato Vescovo dal Patriarca Supremo e Catholicos di tutti gli Armeni, Sua Santità Vasken I, di venerata memoria.
Nel gennaio 1993 fu innalzato al rango di Arcivescovo.
Sua Eminenza ricevette anche l'ordine del "St. Lazarus della Gran Croce" e un diploma d'onore della Universidade de Sao Paulo del Brasile.