lunedì 30 marzo 2015

Dle Yaman - ԴԼԵ ՅԱՄԱՆ



Դլե յաման
Գյամին էկավ կրակի պես,
Վա՜յ, դլե յաման,
Էկավ, հասավ չուր ծովու կես,
Յաման, յաման:

Դլե յաման,
Մեր տուն, ձեր տուն իրար դիմաց,
Վա՜յ, դլե յաման,
Մենք սիրեցինք առանց իմաց
Յաման, յաման:

Դլե յաման,
Արև դիպավ Մասիս սարին,
Վա՜յ, դլե յաման,
Կարոտ մնացի ես իմ յարին,
Յաման, յաման:

Դլե յաման,
Քամին էկավ երան-երան,
Վա՜յ, դլե յաման,
Գյամին հասավ ծովու բերան,
Յաման, յաման:

Դլե յաման,
Քամին էկավ, առավ բերդին,
Վա՜յ, դլե յաման,
Քո սեր կաթավ մեջ իմ սրտին,
Յաման, յաման:


traslitterazione in Lingua Armena


#1 Dle yaman
Mer tun, Dzer tun dimac, dimac
Dle yaman,
Heriq anes achqov imac
Yaman, Yaman, Yar

#2. Dle yaman
Gyamin ekav kraki pes,
Dle yaman,
Ekav hasav chur covu kes,
Yaman, Yaman, Yar

#3. Dle yaman
Arev dipav Masis sarin,
Dle yaman,
Karot mnaci es im yarin,
Yaman, Yaman, Yar

#4. Dle yaman
Arev dipav Vana covin,
Dle yaman,
Qo ser katav meg im srtin
Yaman, Yaman, Yar.

#5. Dle yaman
Mer tun, Dzer tun irar, dimac
Dle yaman,
Menq sirecinq aranc imac,
Yaman, Yaman, Yar

#6. Dle yaman
Ashxari meg mi ter unim,
Dle yaman
Yaris vra var ser unim,
Yaman, Yaman, Yar:

#7. Dle yaman
Arevn arer Vana covin,
Dle Yaman,
Es qez siri ashnan hovin,
Yaman, Yaman, Yar


traduzione-adattamento in Lingua Francese:

«Dle Yaman, notre maison, votre maison, face à face,
Dle Yaman, cela suffit avec tes clins d'œil,
Yaman Yaman Bien-aimé(e)
Dle Yaman, cela suffit avec tes clins d'œil,
Yaman Yaman Bien-aimé(e)
Dle Yaman, le soleil se leva sur le Massis
Dle Yaman, nostalgique je suis de mon ami(e),
Yaman Yaman Bien-aimé(e)
Dle Yaman, nostalgique je suis de mon ami(e),
Yaman Yaman Bien-aimé(e).»

Serge Venturini, Éclats d'une poétique de l'inaccompli, éditions L'Harmattan, 2012, no 107, p. 156-1572

....E a Cavriglia si cantò l'Armenia materna terra di dolore e di speranza...


un momento della rappresentazione a Cavriglia 
Mentre a Roma gli Armeni continuano a farsi la guerra accusandosi reciprocamente di essere filo-turchi, terroristi, pro-Cilicia, pro-Azerbaijan, pro-mozzarella di bufala o pro-caviale, ASALÁ o OSAQUA, sprecando il loro tempo e le loro preziose risorse in idiozie che ricordano da vicino gli intrighi della guerra fredda, e altre pettegolistice liti da postribolo, a Cavriglia, in provincia di Arezzo, è andato in scena un atto di amore per la Madre Armenia, che tutti dovrebbero onorare ma che troppo spesso troppi perdono di vista!
La soprano armena Agnessa Gyurdzhyan
L'arte scenica, l'arte dell'apparire si confonde in realtà con quello che è fuori da essa. 
I paludati benpensanti snobbano la periferica piazza aretina. Non un cenno da nessuno, se non dai più odiati di tutti, nonostante ripetuti giri di email a piccole e grandi istituzioni. 
Allo stesso modo si conferma purtroppo il brutto vizio di taluni ambienti romani che considerano degno di diffusione solo ciò che essi stessi producono, ignorando e, disprezzando con il loro colpevole silenzio tutto quello che è fuori da esso. 
Massimo Lippi durante la performance
Il maestro Massimo Lippi, artista e poeta, ha realizzato un atto performativo puro come raramente se ne vedono ormai nei teatri. Benché negato in premessa, il divenire drammatico è realmente tale. 
Se ci fosse stato il grande Tadeusz Kantor - siamo certi - che avrebbe apprezzato - come un Cricotage dei nostri giorni - l'atto scenico puro in cui il fatto in sé sarebbe apparso impossibile. 
Un momento della performance 
"Armenia: oh materna voce del pianto e de la Speranza"
Così i suoni della voce e le musiche al pianoforte di padre Komitas riecheggiavano nel Teatro Comunale di Cavriglia, essendo armoniosamente una parte del tutto, fatto di gesti, movimenti, sottili o imperiosi mutamenti, che inteso come immanente e accadente, riportava le composizioni di Soghom Soghomonian nel suo sublime luogo eterno, ovvero il già accaduto. 
l'Agnellino protagonista della performance
Ciò che era vivo e vero erano Agnessa GyurdzhyanLilit Khachatryan e Klara Mitsova che lottavano o assecondavano la luce e la scena.
Lo Dzirani Dzar, l'albero dell'albicocco, accanto al quale agiva la convenzione teatrale, si trasformava non per metafora, ma per consustanziazione, nel simbolo della vita di un popolo pacifico, le cui donne e i cui uomini cantavano ai dì di festa ornandosi il petto e il crine, ricoprendo di fili di lana l'effimero paesaggio di colori, e di suoni. 
Tutto accade tra una notte ed un giorno, niente si dichiara se non 'il grande male' imminente che non si vede.
Un momento della performance
"Armenia: oh materna voce del pianto e de la Speranza"
Sono gli Armeni dell'Anatolia, quelli che cantano con la voce di Agnessa il Dle Yaman, in ricordo delle terre perdute in cui non si potrà più fare ritorno, in cui le madri hanno nascosto i loro tesori che non poterono portare durante la fuga.
Ecce Agnus, Ecce Homo
Belano entrambi soavemente e se il turco miete, sanguina il melograno dai bei vermigli fior.    
Un momento della performance"Armenia: oh materna voce del pianto e de la Speranza"
L'azione l'agisce l'agnello belando in proscenio, e la replica la piccola Ani (figlia del maestro Vighen Avetis) dal suo passeggino, con piccoli e garruli gridi parsimoniosi. Ad un richiamo dei due virgulti, all'uno risponde l'altro, parlano la stessa lingua, nulla sapendo che a Roma e nel mondo qualcuno pretende di obnubilare l'atto d'amore dedicato all'Armenia, con l'assurda prerogativa di detenere il copyright su quel sacro nome.
L'Armenia perenne è quella con capitali Trebisonda, Sivas, Tiflis, Aktamar, Erzurum, Ani, Erivan, Ecmiadzin, è quella la materna terra immortale del dolore e della speranza in cui i moderni cantori, anch'essi ritenuti troppo nazional-popolari, hanno acceso duplici candele invocando i santi a protezione della gioventù e del futuro della Patria, una per l'inscindibilità e una perché Iddio protegga l' Haystan!

sabato 28 marzo 2015

Abgar, re Armeno, e la "Disiata forma" del Cristo



Re Abgar riceve da San Taddeo il Sacro Sudario



Movesi il vecchierel canuto et biancho 
del dolce loco ov’à sua età fornita
e da la famigliuola sbigottita
che vede il caro padre venir manco;
indi trahendo poi l’antiquo fianco 
per l’extreme giornate di sua vita,
quanto piú pò, col buon voler s’aita,
rotto dagli anni, e dal camino stanco;
e viene a Roma, seguendo ’l desio,
per mirar la sembianza di colui
ch’ancor lassù nel ciel vedere spera.
cosí, lasso, talor vo cerchand’io, 
donna, quanto è possibile, in altrui
la disïata vostra forma vera.



E' questo il sonetto di Francesco Petrarca in cui il poeta in cui per la prima volta nella storia dell'uomo moderno, l'uomo si confronta attivamente con Dio paragonando la ricerca del suo volto a quello della donna desiderata. Un passaggio fondamentale che oltre che far scendere il Cristo dalla Croce riportandolo al suo sembiante umano, ne cerca il volto, per farlo più vicino alla propria condizione terrena! 

Locandina della mostra
"Il Volto Ritrovato: I tratti inconfondibili di Cristo"
L'uomo contemporaneo cerca il Cristo, e queste tematiche ancora più fortemente si sentono sotto Pasqua, ancora di più dopo l'annuncio a sorpresa, ma non troppo, che il Santo Padre Francesco regalandoci l'anno giubilare della Divina Misericordia.
Ma perché parlarne su di un blog riguardarne la presenza Armena Italia?
Il re Abgar di Armenia scrisse una lettera a Gesù Cristo che fece arrivare a Gerusalemme per mezzo del corriere Anania. Il re era ammalato di gotta e di lebbra, due malattie non solo molto fastidiose ma anche estremamente disprezzabili, poiché indicavano una sofferenza non solo materiale ma erano sintomo di un profondo malessere morale. 
La tradizione ci viene dalla Storia Ecclesiastica di Eusebio di Cesarea del IV secolo che a sua volta riporta i Vangeli Apocrifi e gli Acta Taddei. 

I fatti si sarebbero svolti nell'anno 32 e siamo ben lontani dall'avvento di San Gregorio Illuminatore che convertì Tiridate e con con lui incoronò l'Armenia prima nazione cristiana della storia dell'umanità.
Eusebio ci riporta le due Lettere:

Copia della lettera scritta dal re Abgar a Gesù e inviata a Gerusalemme per mezzo del corriere Anania.
Il re Abgar Ukkama a Gesù salvatore buono apparso nella regione di Gerusalemme, salute!
"Ho udito parlare di te e delle guarigioni che tu operi senza alcun medicamento e senza erbe. Giacché, a quanto si dice, tu fai vedere i ciechi e camminare gli storpi; tu purifichi i lebbrosi, scacci gli spiriti impuri e i demoni, guarisci gli oppressi da malattie croniche e risusciti i morti. [2] Udendo di te tutte queste cose, mi sono ora convinto che una di queste due cose è vera: o tu che operi queste meraviglie sei Dio stesso disceso dal cielo, oppure tu, compiendo queste cose, sei il Figlio di Dio. [3] Ti ho scritto perciò per supplicarti di venire da me a guarirmi dalla malattia che mi affligge. Ho anche udito che gli Ebrei mormorano contro di te e vogliono farti del male: sebbene la mia città sia molto piccola, è tuttavia onorabile e basterà a tutti e due"

Risposta di Gesù al re Abgar per mezzo del corriere Anania 

[4] "Tu beato che hai creduto in me, senza avermi visto! A proposito di me sta scritto che coloro che mi hanno visto non crederanno in me affinché coloro che non mi vedranno credano in me e vivano. A proposito dell'invito che mi hai fatto di venire da te, è necessario ch'io compia le cose per cui sono stato mandato e, dopo aver compiuto questo, ch'io salga presso colui che mi ha mandato. Dopo che sarò salito, ti manderò uno dei miei discepoli affinché ti guarisca dalla malattia ed offra a te e ai tuoi la vita". [5] 

A queste lettere era annessa anche la seguente narrazione in lingua siriaca. 

"Dopo l'Ascensione di Gesù, Giuda, detto pure Tommaso, gli mandò l'apostolo Taddeo, uno dei settanta. Questi, quando giunse, si fermò presso Tobia, figlio di Tobia. Si divulgò la notizia della sua venuta e fu riferito ad Abgar che era arrivato un apostolo di Gesù, come gli aveva scritto. [6] Con la virtù divina, Taddeo principiò a guarire ogni genere di malattie e di infermità, sicché tutti si stupivano. Quando Abgar venne a conoscenza delle magnifiche e stupende opere che faceva e delle guarigioni che operava, ebbe il sospetto che fosse davvero colui di cui gli aveva scritto Gesù: "Dopo che sarò salito, ti manderò uno dei miei discepoli affinché ti guarisca dalla malattia". [7] Chiamò dunque Tobia, presso il quale abitava, e gli disse: "Ho udito che in casa tua è venuto ad abitare un uomo potente. Conducilo da me". Quando tornò, Tobia disse a Taddeo: "Il re Abgar mi ha chiamato e mi ha dato ordine di condurti da lui, affinché tu lo guarisca". Taddeo rispose: "Andrò, giacché sono stato inviato a lui con potenza" [8] Il giorno seguente, di buon mattino, Tobia prese con sé Taddeo e si recò da Abgar. Quando entrò, attorno al re vi erano tutte le più grandi autorità; e subito, ai primi passi, Abgar vide sul volto dell'apostolo Taddeo qualcosa di divinamente grande e si prostrò davanti a lui. Tutti i presenti si stupivano, non avendo visto nulla di quanto era apparso soltanto ad Abgar. [9] Questi interrogò così Taddeo: "Sei tu veramente un discepolo di Gesù, Figlio di Dio, che mi disse: "Ti manderò uno dei miei discepoli affinché ti guarisca e ti offra la vita"?". Taddeo rispose: "Sono stato inviato a te perché tu hai creduto. Se continuerai a credere, tutti i desideri del tuo cuore si compiranno secondo la tua fede". [10] Ed Abgar a lui: "Ho talmente creduto in lui che avrei voluto radunare un esercito per distruggere gli Ebrei, suoi crocifissori, se non fossi stato ostacolato dall'impero romano". Taddeo disse: "Nostro Signore compì la volontà del Padre suo e, dopo averla compiuta, ritornò a lui". [11] Abgar gli disse: "Ed io ho creduto in lui e nel Padre suo". E Taddeo: "Nel suo nome quindi ti impongo la mano". Subito dopo questo egli fu risanato dal malanno e dalla malattia di cui soffriva. [12] All'udire che dal suo discepolo Taddeo era realizzato quanto aveva udito di Gesù, il re si stupì: senza medicine, infatti, e senza erbe, non solo aveva risanato lui, ma anche Abdo, figlio di Abdo, sofferente di podagra, che era venuto ai suoi piedi ed era stato guarito dopo avere ricevuto la benedizione con l'imposizione delle mani. Diede la salute a molti altri abitanti di quella città, operò grandi miracoli e annunziò la parola di Dio. [13] Dopo di questo Abgar disse: "Tu, Taddeo, fai questi prodigi con la potenza di Dio e noi ne siamo ammirati, ma ora ti preghiamo di parlarci della venuta di Gesù, come avvenne, della sua potenza e per quale virtù egli ha compiuto le cose che ho udito raccontare". [14] Taddeo rispose: "Ora io tacerò. Essendo però stato mandato ad annunziare la parola di Dio, raduna (domani) tutti i cittadini: predicherò a tutti e seminerò nei loro cuori la parola di vita. Dirò ad essi come si realizzò la venuta di Cristo, parlerò della sua missione e del motivo per cui fu mandato dal Padre, della sua potenza, delle sue gesta, delle misteriose verità che rivelò al mondo, e diròin virtù di quale forza egli ha compiuto tutto questo; parlerò della novità della sua predicazione, della sua umiltà e modestia. Esporrò come egli si sia abbassato, come cioè - per così dire - depose e diminuì la sua divinità, come fu crocifisso, discese nell'Ade e aperse quella prigione chiusa da molti secoli, come abbia risuscitato dei morti, come sia disceso laggiù solo e sia ritornato al Padre scortato da una grande folla". [15] Abgar diede poi ordine ai cittadini che si radunassero di buon mattino per ascoltare la predicazione di Taddeo, al quale fece offrire monete e verghe d'oro. Ma egli rifiutò affermando: "Avendo rinunziato ai nostri beni, come prenderemo quelli degli altri?". 
Ciò ebbe luogo nell'anno trecento e quaranta.

Se misurassimo la modernità umana con il desiderio di contemplare la "Disiata forma vera", attraverso l'urgenza di "mirar la sembianza di colui ch’ancor lassù nel ciel vedere spera", Abgar l'Armeno sarebbe uno dei primi, se non il primo, ad essere affetto 'in nuce' dalla malattia della modernità.
Scrive a tal proposito Luis Borges, nel suo commento al Paradiso dantesco, canto XXXI v. 108:

Gli uomini han perduto un volto, un volto irrecuperabile, e tutti vorrebbero essere quel pellegrino (sognato nell’empireo, sotto la Rosa) che a Roma vede il sudario e mormora con fede: Gesù Cristo, Dio mio, Dio vero, così era, dunque, la tua faccia? Un volto di pietra c’è in una strada, e un’iscrizione che dice: “Il vero Ritratto del Santo Volto del Dio di Jaén”; se davvero sapessimo come fu, possederemmo la chiave delle parabole e sapremmo se il figlio del falegname fu anche il Figlio di Dio. […] Abbiamo perduto quei lineamenti, come si può perdere un numero magico, fatto di cifre abituali; come si perde per sempre un’immagine nel caleidoscopio. Possiamo scorgerli e non riconoscerli. Il profilo di un ebreo nella ferrovia sotterranea è forse quello di Cristo; le mani che ci porgono alcune monete a uno sportello forse ripetono quelle che i soldati, un giorno, inchiodarono alla croce. Forse un tratto del volto crocifisso si cela in ogni specchio; forse il volto morì, si cancellò affinché Dio sia tutti. Chi sa se stanotte non lo vedremo nei labirinti del sogno e non lo sapremo domani.

Per riscoprire questa tematica ed approfondirla suggeriamo di visitare la mostra "Il Volto Ritrovato: I tratti inconfondibili di Cristo". La mostra è aperta dal 21 al 29 marzo 2015 presso la Sala della Cannoniera della Rocca Paolina di Perugia. La mostra è promossa dalla Arcidiocesi di Perugia-Città della Pieve, dal Comune di Perugia, e dal Meeting di Rimini.

martedì 24 marzo 2015

29 marzo a Cavriglia: " Armenia: oh materna voce del pianto e de la Speranza "

Una locandina della manifestazione
"Armenia: oh materna voce del pianto e de la Speranza"


Domenica 29 Marzo alle ore 17:30 presso il Teatro Comune di Cavriglia (AR) andrà in scena l'atto unico dal titolo "Armenia: oh materna voce del pianto e de la Speranza". 
Autore dell'opera è il noto poeta Massimo Lippi
Saranno protagoniste dell'evento la soprano Armena, Agnessa Gyurdzhyan e la soprano Ungherese Klara Mitsova con loro al pianoforte la pianista Lilit Khachatryan anch'essa Armena.
Saranno presenti Cristoforo Maria Lippi, scenografo; Massimo Lippi, poeta. Interverrà anche il maestro Vighen Avetis, pluripremiato maestro scultore, autentico ambasciatore dell'arte armena in Italia.

Ingresso Gratuito


Приглашаю всех на на наш концерт-спектакль,посвященный 100 летию геноцида армян. Концерт состоится 29 марта ,в 17.30 в театре города Cavriglia (Arezzo) .
" Армения : о материнский голос плача и надежды "
"Armenia: oh materna voce del pianto e de la Speranza" Atto Unico di Massimo Lippi con Agnessa Gyurdzhyan(Soprano); Klara Mitsova(Soprano); Lilit Khachatryan (pianista); Vighen Avetis, scultore; Cristoforo Maria Lippi, scenografo; Massimo Lippi, poeta.

lunedì 23 marzo 2015

Il Popolo dell'Arca [di Carlo Coppola]


 in occasione della omonima mostra al Vittoriano

Un momento della visita alla Mostra
"Armenia: il Popolo dell'Arca"


Aggirarsi lungo il labirinto  
emozionati ed atterriti da tanta potenza, 
non dal fascino estetico delle pietre 
ma dai gesti passati che da esse trasuda. 

Il mistero:
Vivere un attimo i colpi dei Maestri  
che in tempo non tempo 
han plasmato la roccia, 
Accogliere sulla propria pelle la potenza dei metalli.

Guardare, 
annusare, sfiorare, 
sentire Amore 
le reliquie nella propria carne:
E' il senso della contemplazione
dei morti e dei vivi.

Cimitero virtuale per tanti 
di cui non rimase neppure un "brandello di Muro",
Patria attuale per altri,
Canto che si alza in Preghiera. 

Così Urlano le Pietre 
su cui passò Vartan il condottiero, 
le parole di Gregorio ci avvolgono
dal suo monastero di Narek, 
prive di retorica ma colme di Amore per Cristo.

La commozione che non permette neppure i singhiozzi:
Si cammina, 
si resta di schianto,
il cuore non riesce a passare oltre, 
di reperto in reperto,
ma resta lì nella sala accanto ad ogni reliquia.

Le lacrime,
piccole e vergognose scendono 
e non le si può fermare
se non per pudore di incontrare, per 
    caso, furtivo
lo sguardo di un altro visitatore.

e i ritratti che girano su una grande 
   parete...
e provare orgoglio in tempesta,
e guardare il libro di Mush,
e osservare gli azzurri delle miniature
e guardare i volti dei grandi 
e sentirsene acceso
e percepire ogni presenza
e ogni anima che ci ha preceduti
e non riuscire e non riuscire e non 
   riuscire 
ad entrare nella sala del Genocidio
perché a quel dolore non si resiste
perché allo strazio non c'è rimedio 
perché non si può gettare la propria      
carne nella polvere
perché solo dalla soglia il sangue si 
avvelena.

E' la prova che ti schianta,
    le carni si dilaniano
e il supplizio ti appende il cuore al soffitto.

Ma poi rimirare e farsi un'idea, 
seppure vaga,
del perché Mesrob è un Santo,
di quelli veri, 
Impreparato e Inetto, 
che proprio per questo vide 
i segno di Dio.

E uscire in piedi
solo perché una soccorrevole mano
ti trascina a fatica 
ti tiene l'anima fatta leggera
come, una piuma, sulla bilancia di un dio pagano.


Un momento della visita alla mostra
"Armenia: il popolo dell'Arca"

lunedì 16 marzo 2015

"The girlfriend of the Lake" by Roupen Zartarian


translation by Jennifer Seta Sahagian-Walker 

Roupen Zartarian, Armenian Writer
killed during Armenian Genocide

I

On the banks of the lake (Van) existed, once two villages, one still exists, the other disappeared under the waters.
In what no longer exists, a young woman was nicknamed "the girlfriend of the Lake." Every morning, well before sunrise, when the lake caresses its shores under the kisses of the breeze and the water rippling in a slow tremor, the girlfriend of the lake was intended, from the shore, a vague black bird swimming in the distance and that was disappearing, losing in the wave.
A light emanated from his face and fell into the water; his stature was as slender willows that rise along the rivers; her hair that were flowing over her shoulders like a stream, you would have said they were moonbeams gliding along a tremulous, and his eyes those of deer fleeing to the mountains. When, in the morning, s'allentava from the lake, the fish s'agitavano strongly.

II

Every night, very late, at midnight a glimmer wavering flickers on the shore of the lake and has the air of making signs to the waters; and, suddenly, you feel a surge of water for foam; wrapped in white foam, a young man rises from the water, beautiful, as born from the foam. And every night, all alone, at the pebbles and close to the frogs of the lake, in the solitude of night, water lovers love each other until dawn. In the dense night, the silence is broken by the croaking of the frogs that extending and accheta water.
And when the morning star rises on the opposite village, behind the mountains, the son of the lake takes to guide and stretches its arms towards the waters; the lover follows him with her eyes, she looks at him swim away, belittle and become a black bird, a point and then disappear.
At daybreak, when the girlfriend of the lake returns home, the waves strike the shore and fish toss themselves with honesty.

III

One day, an old neighbor got wind of it, he told the husband of the girlfriend of the lake.
That night, the light was still signals, and the young man had just arrived in the middle of the lake, when suddenly, in the night a furious hand snatched the lantern from her hand, threw it to the ground, grabbed the woman by the hair; vain, she cried, begged; the groom was relentless. And dying in the lake, she cursed the groom, the old and the village.
In the aftermath, the star of the morning arose down behind the mountains, in the hour in which the lovers of the lake used to take leave; the shepherd who had slept on the mountain, descending he found neither village nor men. The lake must have swallowed whole.
Now, every night, in the place where was the village, a gleam, it is said, you turn on the water, at midnight; in the morning, the hour when Venus check, it is extinguished, the lake stirs, and two white birds red-billed appear; they run through the placid wave gently, make it flow smoothly the placid wave, make it gush small streams, then disappear and you never see them during the day.
Lake, do not tell anyone their name!

"La Bastarda di Istanbul" a Teatro di Rifredi in scena la Storia del 900

Si è chiusa ieri pomeriggio al Teatro di Rifredi di Firenze la prima stagione di repliche della "Bastarda di Istanbul" lavoro teatrale diretto da Angelo Savelli e tratto dallo straordinario romanzo di Elif Shafak
La pièce è stata interpretata da una eccellente squadra di attori in cui si distinguono per notorietà Serra Yilmaz, attrice turca, nota al grande pubblico quale protagonista di molti film di Ferzan Ozpetek, e Valentina Chico, che stupisce per intensità ed efficacia. 
Con "La Bastarda di Istanbul" al Teatro di Rifredi va in scena la storia del 900 e con essa una parte significativa della Questione d'Oriente relativa alle vicende della Turchia contemporanea. 
Si tratta, a prima vista, della storia di una famiglia, una vicenda di pochi e per pochi, le cui relazioni intime sono però guidate da una voce narrante, un personaggio che recita prevalentemente a-parte, una donna, una veggente in contatto con due geni, come nella tradizione letteraria ottomana dei secoli d'oro; un genio è buono e uno genio cattivo e attraverso di essi costei conosce tutti i segreti della sua famiglia anche i più intimi ed inconfessabili.
Potrebbe essere un giallo costruito male in cui tutti dall'inizio conoscono, o intuiscono, le inesprimibili  e atroci debolezze di tutti, le meschinità involontarie che portano alla perdizione umana, al doppio gioco  dentro e fuori ed aspettano forse il momento per sfoderarli in una guerra fredda in cui tutti sono carnefici perché detentori del segreto e vittime perché sconfitti nella loro umanità. 
Ciò che colpisce in modo particolare sono le immagini di una delle città più belle del mondo che si affastellano in un dramma sempre sospeso tra il pubblico e il privato, tra il dentro e il fuori, negli spazi perenni nelle grandi cupole moschee e su fino alla Torre di Galata un tempo possesso dei genovesi, luogo da cui il primo Icaro dell'età moderna spiccò il suo folle volo tra il 1630 e il 1632. Si chiamava  Hezarfen Ahmet Çelebi, e utilizzando ali artificiali, si librò sorvolando il Bosforo atterrando a Üsküdar. 
La Shafak come tutti i protagonisti della vicenda da lei descritta, e gli interpreti della messa in scena, amano profondamente la Turchia  ma di un amore contrastato, e non sempre ricambiato. Figli di un dio minore, tutti sentono la loro appartenenza cosmopolita, la cosmogonia che avvolge la Polis, quale unico sentimento in grado di tenere insieme le diverse parti della cultura e della società turca. Essere Ottomani era soprattutto questo, intensamente pluri e multietnici, ma ad un tratto questa pluralità intima si era spenta sopraffatta dai falsi ideali di nazionalismo mascherato da democrazia e progresso. 
E' forse questo il senso della vicenda narrata, un fratello e una sorella, entrambi etnicamente Armeni e Turchi allo stesso modo generano la "Bastarda" la società contemporanea, che è frutto di una violenza, di un tradimento di valori, di un incesto. Nessun pentimento per quanto tardivo riuscirà mai a riporre ogni cosa al suo posto se non nel conoscimento e nel disvelamento del dramma. I Turchi non riconoscono e gli Armeni che fanno di quel mancato riconoscimento la ragione di vita. Se i Turchi riconoscessero cosa impossibile per tante ragioni, gli Armeni perderebbero davvero uno dei principali valori che li tiene insieme da ogni parte del mondo? Ai posteri l'ardua sentenza.

domenica 15 marzo 2015

15 marzo 1921 Soghomon Tehlirian vendica il Genocidio Armeno


immagine dello studente armeno
Soghomon Tehlirian
 
Ricordiamo oggi un episodio fondamentale della storia armena del Novecento, successivo alle stragi del Genocidio Armeno ma ad esso direttamente collegato.
Il 15 marzo 1921 lo studente armeno Soghomon Tehlirian (Սողոմոն Թեհլիրեան) pose fine, in un sobborgo di Berlino, alla vita di Taalat Pasha, Ministro degli Interni del Governo dei Giovani Truchi, riconosciuto colpevole da un Tribunale Rivoluzionario Armeno, e successivamente da molti storici, di aver dato inizio con Enver Pasha e Gemal Pasha di aver dato origine all'Annientamento su base puramente Etnica del popolo Armeno. 
Monumento a Soghom Tehlirian

Dell'omicidio politico ordito per vendicare i Martiri del Genocidio Armeno, fu considerato ideatore e capo del progetto Shahan Natalie, intellettuale armeno trasferitosi a Boston, negli Stati Uniti.

Tehlirian era nato a Nerkin Pakarich, sobborgo di Erzurum il 15 Aprile 1896 e morì all'età di 64 anni a San Francisco il 23 maggio 1960, riposa oggi nel cimitero armeno Masis Ararat, di Fresno, in California.
Egli fu uno dei più noti componenti della Federazione Rivoluzionaria Armena (ARF) fondato da: Stepan Zorian, Christapor Mikaelian, Simon Zavarian. 

sabato 14 marzo 2015

"La Fidanzata del Lago" di Rupen Zartarian

lo scrittore Rupen Zartarian

(leggenda armena)

I

Sulle rive del lago (Van) esistevano, una volta due villaggi, l'uno esiste tuttora, l'altro è sparito sotto le acque. 
In quello che non esiste più, una giovane donna era soprannominata "la fidanzata del Lago". Ogni mattina, molto prima dello spuntare del sole, quando il lago accarezza le sue rive sotto i baci  della brezza e le acque s'increspano in un lento tremito, la fidanzata del lago mirava, dalla riva, un vago uccello nero, che nuotava in lontananza e che andava dileguandosi, perdendosi nell'onda.
Una luce emanava dal suo volto e cadeva nell'acqua; la sua statura era slanciata come i salici che s'innalzano lungo i fiumi; i suoi capelli che le si spandevano sulle spalle a guisa di ruscello, si sarebbe detto fossero raggi di luna scivolanti lungo una tremula, e i suoi occhi quelli della cerva in fuga per i monti. Quando, al mattino, s'allentava dal lago, i pesci s'agitavano vivamente.

II

Ogni sera, tardi molto, a mezzanotte un barlume vacillante tremola sulla riva del lago ed ha l'aria di fare segni alle acque; e, d'un tratto, si sente per le acque un sussulto di schiuma; avvolto di bianche schiume, un giovane sorge dall'acqua, bello, come nato dalla schiuma. Ed ogni notte, tutti soli, presso ai ciottoli e vicini alle rane del lago, nella solitudine notturna, gli amanti delle acque s'amano fino all'alba. Nella fitta notte, il silenzio non è interrotto che dal gracchiare delle rane che si prolunga e si accheta nell'acqua. 
E quando la stella del mattino sorge sull'opposto villaggio, dietro i monti, il figlio del lago la prende per guida e tende le sue braccia verso le acque; l'amante lo segue con gli occhi, essa lo guarda nuotare, allontanarsi, sminuirsi e divenire un uccello nero, un punto poi sparire.
Allo spuntar del giorno, quando la fidanzata del lago ritorna a casa, le onde battono le rive ed i pesci s'agitano con onestà.

III

Un giorno, una vecchia vicina ebbe sentore della cosa, ne riferì allo sposo della fidanzata del lago.
Quella notte, la luce faceva ancora segnali, ed il giovane era appena giunto in mezzo al lago, quando d'improvviso, nella notte una mano furiosa strappò la lanterna dalle mani della donna, la gettò a terra, afferrò la donna per i capelli; invano, essa pianse, supplicò; lo sposo fu implacabile. E morendo in riva al lago, essa maledisse lo sposo, la vecchia ed il villaggio.
All'indomani, l'astro del mattino sorse giù dietro i monti, nell'ora in cui gli amanti del lago erano soliti congedarsi; il pastore che aveva dormito sulla montagna, discendendo non trovò né villaggio né uomini. Il lago tutto doveva aver inghiottito.
Ora, ogni notte, al posto ove era il villaggio, un barlume, si dice, si accende sulle acque, a mezzanotte; al mattino, nell'ora in cui spunta Venus, esso si estingue, il lago s'agita, e due uccelli bianchi dal becco rosso appaiono; essi solcano dolcemente la placida onda, ne fanno sgorgare dolcemente la placida onda, ne fanno sgorgare piccoli fiotti, poi spariscono e non li si vede mai durante il giorno.
Lago, non dir a nessuno il loro nome!

sabato 7 marzo 2015

Agop Manoukian accolto alla Feltrinelli di Perugia dalla Comunità Armena

Carlo Coppola del Centro Studi Hrand Nazariantz
con i proff. Agop Manoukian e Enrico Ferri

Si è svolta a Perugia sabato 07/03/2015 alla Libreria Feltrinelli la presentazione dell'ultima fatica saggistica del prof. Agop Manoukian, sociologo e attualmente presidente onorario dell'Unione degli Armeni d'Italia. La monumentale opera dal titolo "La Presenza Armena in Italia 1915-2000" è stata pubblicata lo scorso anno dalla casa editrice Guerrini e Associati.
Sono intervenuti con l'autore il prof. Enrico Ferri, docente presso Unicusano di Roma, e Francesco Paola, avvocato e saggista. 
Sono stati presenti anche il rappresentante del Centro Studi Hrand Nazariantz di Bari, Carlo Coppola, e una delegazione della costituenda Comunità Armena di Perugia e dell'Umbria "San Matteo degli Armeni", oltre ai rappresentanti della famiglia Tasegian di Città di Castello. Al termine della serata il rappresentante del Centro Studi Hrand Nazariantz ha preso la parola salutando i presenti a nome della sua associazione barese e del presidente onorario Rupen Timurian e auspicando, come da più parti proposto, la fondazione di una associazione che censisca e raccolga la presenza multiforme degli Armeni a Perugia e in tutta Umbria. Varie generazioni della diaspora armena dall'Ottocento ad oggi, infatti, abitano la regione, come la famiglia del dott. Bedros (Pietro) Tasegian nato a Bursa il 25 dicembre 1912 e stabilitosi a Città di Castello. Bredros Tasegian non fu solo un importante rappresentante della comunità armena italiana e un membro dell'Unione degli Armeni d'Italia, ma anche notabile della sua patria adottiva, in cui rivestì ruoli di rilievo tra cui: Consigliere comunale eletto nelle liste della Democrazia Cristiana, cofondatore dell’AVIS, presidente del Circolo Acli e amato Medico Sportivo dell'A. C. Città di Castello.
Alla manifestazione era inoltre presente Marta Sciahinian, della famiglia  Sciahinian di Perugia. 

una rappresentanza della Comunità Armena di Perugia al femminile
con il prof. Agop Manoukian

Seguono alcuni video-frammenti della presentazione

giovedì 5 marzo 2015

Sabato 07 marzo a Perugia incontro con Agop Manoukian




Si terrà sabato 07 marzo 2015 presso la Libreria Feltrinelli, in corso Vannucci, a Perugia un incontro con il prof. Agop Manoukian
Manoukian, imprenditore e sociologo, attualmente presidente onorario dell'Unione degli Armeni d'Italia presenterà la sua ultima fatica saggistica, la monumentale opera dal titolo "La Presenza Armena in Italia 1915-2000" edita dalla casa editrice Guerrini e Associati.
Interverranno con l'autore il prof. Enrico Ferri, docente presso Unicusano di Roma e Francesco Paola, avvocato e saggista. 
Saranno presenti anche il rappresentante del Centro Studi Hrand Nazariantz di Bari e una delegazione della costituenda Comunità Armena di Perugia e dell'Umbria "San Matteo degli Armeni".

martedì 3 marzo 2015

Diran Timurian, Imprenditore barese, correrà per i Martiri del Genocidio Armeno

Maglia indossata da Diran Timurian
 alla XXI Maratona di Roma 
Il 22 marzo 2015 il giovane imprenditore barese Diran Timurian, figlio di Rupen e Gigliola Timurian e nipote di Diran e Ashkhen Timurian, componente del "Bari Road Runners Club" correrà la XXI Maratona di Roma.
Diran Timurian gareggerà con una speciale maglia progettata e realizzata per commemorare il Centenario del Genocidio del Popolo Armeno (1915-2015) di cui egli stesso è discendente, come indicano sia il suo nome che il suo cognome. 
"I 42 km che percorrerò serviranno ad onorare 1.500.000 armeni massacrati per mano dell'ignoranza. 
Diran Timurian durante una sua
recente performance sportiva
Il primo genocidio del XX secolo che a tutt'oggi non è ancora riconosciuto da molti" afferma orgogliosamente. 
Nessun rancore per nessuno in queste parole di Diran Timurian che non intende sottolineare il nome dei massacratori, turchi o curdi che fossero, ma il senso è quello di chi intende onorare con il suo gesto tutti coloro che furono  meno fortunati dei suoi familiari, i quali miracolosamente riuscirono a salvarsi e a ritrovarsi. 
Il nonno Diran Timurian, e il bisnonno Arthin scamparono alla mattanza solo perché persone rispettate e stimate dall'intera cittadinanza di Isparta, capoluogo turco da cui essi provenivano. 
Retro della maglia che sarà indossata da
Diran Timurian
Si poterono così ritrovare a Salonicco, dopo l'incendio di Smirne che li aveva nuovamente separati. 
Dai campi profughi della Grecia  furono chiamati in Italia dall'intervento del poeta Hrand Nazariantz che costituendo una fabbrica di tappeti orientali vi richiese manodopera specializzata.
Diran Timurian, che con il fratello Dario fu tra i primi giovani italiani a poter mettere piede nella neonata Repubblica d'Armenia nei primi anni '90, ha sempre ricordato con emozione le sue origini quale motivo peculiare e distintivo non solo del passato doloroso ma anche del proprio vissuto, infatti che fra coloro che lo conoscono Diran Timurian è noto come LARMENO, come recita sia il suo profilo twitter, che il retro della sua stessa maglia.